venerdì 4 maggio 2012

Riflessioni storiche. Riflessioni moderne.

Crisi. Crisi economica, crisi sociale, crisi etica, crisi morale. Ogni giorno, ripetiamo e sentiamo ripetere questa parola divenuta ormai causa e giustificazione di qualsiasi scelta politica, di qualsiasi sacrificio. L’origine della parola crisi è, come spesso accade nella nostra lingua, greca. Deriva dal verbo κρίνω (leggasi krìno) che significa separare, decidere, e, in senso esteso, momento che separa una maniera di essere da un’altra differente. Separare dunque, discostarsi da ciò che si è per diventare qualcosa di diverso. Non necessariamente negativo. Semplicemente diverso. A chi ha fatto studi umanistici hanno sempre insegnato che nelle parole è racchiusa tutta la loro essenza e nella storia è racchiuso tutto il nostro presente. Di crisi il nostro paese nella sua esistenza plurisecolare ne ha conosciute tante e, di contro, ha conosciuto altrettante rinascite. Mi è venuto in mente il Rinascimento, appunto. Un’epoca di fermento culturale, di innovazione, di creatività, di luce dopo i secoli bui del Medioevo. Secoli di grande povertà e di fortissime disuguaglianze sociali, secoli in cui l’odio per il diverso si manifestava con la violenza, secoli di decadenza della morale e della cultura.

Oggi dobbiamo uscire dalla nostra crisi, dal nostro Medioevo. Oggi dobbiamo separare ciò che ci ha condotto fin qui da ciò che vogliamo fare per far rinascere la nostra società. Ma lo stiamo facendo nel modo sbagliato. C’è troppo dualismo, troppa rivalità, c’è l’assoluta prevalenza di termini negativi e distruttivi, c’è diffidenza, troppa diffidenza. Ci sono distanze che talvolta paiono incolmabili. E invece ci sarebbe bisogno di rispetto reciproco, unità, solidarietà. I toni delle discussioni sono sempre alti e ci si giustifica dicendo che la gente è esasperata. Vige troppo spesso la regola del “ciò che faccio io è giusto mentre ciò che fai tu è sbagliato” e invece magari la verità sta nel mezzo e, ascoltandosi, ce ne si accorgerebbe. Usciamo dal torpore e dalla rassegnazione, mettiamo da parte l’abitudine e la disinformazione. Non aspettiamo il miracolo e non aspettiamoci che qualcuno giunga come un deus ex machina a risolvere tutti i problemi economici. Ricominciamo da qui, dal nostro territorio. Ricostruiamo il tessuto sociale, partecipiamo alla vita del nostro Comune, facciamoci promotori di un rinnovamento che ricompatti le nostre comunità, come ad esempio attraverso il processo di unificazione dei comuni della Valsamoggia che abbiamo avviato, e, forse, potremo ricominciare a sperare. Non nascondiamoci dietro al timore che tutto ciò che ci viene proposto abbia secondi fini, che tutto è sempre e comunque un inganno. Facciamo politica, intesa come tutela della cosa pubblica, ovvero di ciò che è nostro. Facciamoci promotori di un nuovo Rinascimento. O quantomeno proviamoci.

Federica


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